lunedì, 12 maggio 2008

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In the mood for love (Wong Kar-wai, 2000, Prix d'interprétation masculìne a Tony Leung al Festival di Cannes 2000) è un film magistralmente diretto che regala uno spaccato di vita putroppo comune a molte persone. Siamo nel 1962 ad Hong Kong, un uomo, Chow Mo-Wan, interpretato da Tony Leung, redattore capo, ed una donna, Su Li-Zhen, interpretata da Maggie Cheung, segretaria in una società di import-export, si trovano ad essere vicini di casa. Entrambi sposati con persone che a causa del lavoro sono spesso fuori casa, instaurano un cordiale rapporto di amicizia, fino a quando si rendono conto che i rispettivi coniugi hanno una storia adultera tra loro. Alla luce della dolorosa scoperta iniziano a frequentarsi sempre più assiduamente, cercando di scoprire come i loro compagni abbiano potuto arrivare a diventare amanti. Il loro amore sboccia lentamente, con eleganza, tra silenzi e sguardi complici, mentre scrivono insieme un libro sui samurai. L'idillio dura fino a quando Chow capisce che Su non riuscirà mai a lasciare il marito e decide di trasferirsi a Singapore. Negli anni a venire continueranno a cercarsi, ed intanto la storia va avanti ed Hong Kong passa alla Francia. I due rischiano di incontrarsi di nuovo ad Hong Kong dopo una decina d'anni, lei  sola con un figlio. Chow sussurra nel buco di un albero il suo amore per Su e chiude il foro con del fango. Da quel fango germoglieranno piccole gemme...

Questo inno all'amore puro coinvolge e commuove, tutto sembra perfetto, tutto va come deve andare, sembra non ci siano altre possibilità di affrontare il tradimento e lo sbocciare di un nuovo amore. I protagonisti non interagiscono, danzano, tra chiaroscuri di ciò che vorrebbero e ciò che invece fanno. Chow e Su si completano, si incastrano perfettamente in una vita parallela che appartiene loro molto più di quella ufficiale. Si amano con una delicatezza degna delle dita di un pianista che sfiora i tasti del suo pianoforte, e riesce a fare sempre la nota giusta, quella che rende armonico l'amore. Un film da assaporare in silenzio, sospendendo giudizi e critiche, per poter entrare interamente nell'atmosfera totalizzante che il regista ci offre, anche grazie ad una colonna sonora perfettamente aderente al girato. Quando riprendi te stesso dopo la visione di questo film non puoi fare a meno di pensare che anche se i due "amanti" alla fine si perderanno tra vicissitudini diverse, il loro amore è talmente superiore che vorresti poterlo vivere. Ottima l'interpretazione dei due protagonisti, che riescono a rendere appieno la grande passione con gesti lievi.

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venerdì, 09 maggio 2008
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Harry ti presento Sally (When Harry met Sally di Rob Reiner, 1989) è la storia di due persone che nella vita si incontrano (o per meglio dire scontrano) varie volte, passando attraverso vari stati emozionali. Si conoscono alla fine del college grazie alla ragazza di lui che è amica di lei, e fanno il viaggio Chigago-New York insieme. Da qui inizierà la loro avventura, dove già in questo primo passo si intravedono carattere ed aspettative dei due. Si rivedono poi a distanza di anni entrambi felicemente accompagnati e poi, dopo altro tempo, tristemente abbandonati. Da qui si legano di una profonda e completa amicizia, fino a quando, in un momento di sconforto di Sally, passano oltre. Ed ecco il distacco, che li porta ad affrontare la perdita in maniera diametralmente opposta. Arriva Capodanno, si ricongiungono e si dichiarano il loro amore, in una delle scene romantiche più riuscite. Il film è inframezzato da racconti di coppie sposate ed alla fine c'è il racconto di Harry e Sally.

Il film non è propriamente un capolavoro cinematografico, ma è talmente denso di situazioni contrastanti e diverse tra loro, che diventa un viaggio prezioso che è bene percorrere. Le emozioni che questa semplice storia suscita sono profonde e ci appartengono, una favola moderna che potrebbe accadere ad ognuno di noi. L'amicizia che si trasforma in un amore, un passo semplice, naturale, ma che richiede coraggio e coscienza di sè. Le caratterizzazioni dei personaggi, contradditori, un po' folli, pieni di insicurezze e di paure, li rendono simili a noi e ce li fanno amare intensamente. Ci sono varie sfaccettature nella vita di ognuno di noi che ci rendono insostituibili, forse non necessari, ma sicuramente unici, e chi ama questo film non vorrebbe altro che essere uno dei due protagonisti! Memorabile la dichiarazione di Harry a Sally, dove l'amore supera i difetti altrui, anzi li ama in modo totalizzante. Un film da vedere con la mente libera, un film che a dispetto del suo essere commedia romantica fa riflettere su i grandi temi della vita, sulla natura dei rapporti interpersonali, su se stessi insomma.

"Harry: Ci ho pensato tanto... e il risultato è che ti amo.

Sally: Cosa?

Harry: Ti amo.

Sally: E che cosa pensi che ti risponda adesso?

Harry: Per esempio: anch'io ti amo.

Sally: Preferisco: me ne vado!

Harry: Allora non significa niente per te?

Sally: Mi dispiace, Harry. Lo so che questa è la notte di Capodanno, lo so che ti senti solo, ma tu non puoi arrivare qui, dirmi che mi ami e aspettarti che questo risolva tutto. Le cose non funzionano in questo modo.

Harry: Beh, e come funzionano?

Sally: Non lo so! Ma non in questo modo...

Harry: Allora proviamo così: ti amo quando hai freddo e fuori ci sono 30 gradi, ti amo quando ci metti un'ora a ordinare un sandwich, amo la ruga che ti viene qui quando mi guardi come se fossi pazzo, mi piace che dopo una giornata passata con te sento ancora il tuo profumo sui miei golf e sono felice che tu sia l'ultima persona con cui chiacchiero prima di addormentarmi la sera. E non è perché mi sento solo. E non è perché è la notte di capodanno. Sono venuto stasera perché quando ti accorgi che vuoi passare il resto della vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile!

Sally: Ecco! Tanto sei il solito imbroglione! Dici cose del genere, e mi spieghi poi come faccio a odiarti io? E invece io ti odio! Ti odio. Sul serio... ti odio..."

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mercoledì, 09 aprile 2008

LOST IN TRANSLATION (2003)

di Sofia Coppola

( ovvero perdersi nella realtà virtuale )

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Lost in Translation è un film che racconta di smarrimento e perdizione, dove le regole sociali vengono capovolte in una Tokio che si smarrisce e fa perdere il senso delle proprie conoscenze. Qui non ci sono nomi di vie ma solo numeri, la gente parla in maniera incomprensibile e le abitudini sono completamente diverse da ciò a cui siamo abituati. In questo film Bill Murray, rinato e convincente, è un attore in declino, come se si realizzasse nel film quello che gli è capitato nella vita, quale miglior esempio di autoreferenzialità del cinema, che accetta di fare una pubblicità di un whiskey giapponese. Qui incontra una ragazza, Scarlett Johansson, fresca di matrimonio ma sempre sola in quanto suo marito fa il fotografo ed è in tournee in giro per il Giappone. Queste due anime si trovano e si studiano, così diverse per età ed intenti, ma così simili nella solitudine, nel dubbio di aver lasciato indietro qualcosa, nella convinzione che forse questo incontro li aiuterà a ritrovare i propri sogni. Un film da vedere più che da raccontare.

E da qui il punto di partenza della riflessione, dove Internet è il nostro Giappone, dove la realtà è appena dietro allo schermo, e non dentro allo schermo. Dove le sensazioni, i sentimenti, i pensieri hanno altre valenze e altri obbiettivi. Dove non esiste formalità ma solo “Netiquette”, ovvero una grottesca trasposizione del galateo. E quindi…

 

 

“Mi troverai in un' altra vita, se non sarà in questa “

 

Mi troverai nella vita reale, se non in quella virtuale; o in quella virtuale, se non in quella reale.

 

Perdersi nella traduzione di quel che è scritto, di ciò che è detto; l’interpretazione non sempre è aderente a ciò che è scritto.

 

E’ un po’ come l’eleganza del punto e virgola, simbolo ormai desueto e praticamente perso, nell’epoca delle sospensioni, dell’esclamazioni, dove le proprie emozioni vengono rappresentate da emoticons.

 

“Mi troverai in un' altra vita, se non sarà in questa”

 

NuitAmericaine & Senzaluna

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venerdì, 14 marzo 2008

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Disegno di NuitAmericaine

Continua la collaborazione/commistione tra la donna senza luna e la notte americana!!! Progetti comuni e amore per le stesse cose ci hanno portato a condividere questo cammino..
Parigi, coi suoi chiaroscuri che passano dalla vita di qualsiasi cittadino alla grandeur dei palazzi, accomuna anche per l'amore per l'arte in tutte le sue forme!! Come diceva Baudelaire la Noia è il male peggiore..e a Parigi anche lui aveva trovato possibilità di saziare il suo spirito. Io invece ho incontrato i luoghi che hanno fatto da scenario ad un movimento culturale che mi affascina dal profondo.
E adesso in questo luogo virtuale, in questo insieme di bit, posso trascrivere le mie sensazioni che un po' di tempo fa ho condiviso con una donna senza luna ma che fa tanta luce!!!

Grazie mamma!!!

Francesca

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venerdì, 14 marzo 2008
lacameraverde

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La camera verde (La chambre verte - 1978), è uno dei film più particolari di François Truffaut, quasi un'elogio alla morte. Qui il protagonista, Julienne Davenne, è letteralmente ossessionato e circondato dalla morte. Scrittore di necrologi per "Il Globe", vive nel ricordo della moglie morta anni prima, e per ricordarla costruisce la camera verde, dove custodisce tutte le sue reliquie insieme a quelle di altre persone per lui importanti. Un giorno un incendio distrugge la camera, lui ne è devastato e addirittura costruisce un busto della moglie, che poi distrugge immediatamente, innoridito. A contorno di queste vicende c'è l'amicizia con Cecilia, che scopre amante del suo ex migliore amico, che l'aveva tradito in passato, e con la quale, a seguito della scoperta, chiude ogni rapporto. Lei gli spedisce una lettera d'amore, ma lui la rivede solo poco prima di morire, in una cappella abbandonata che lui aveva fatto ristrutturare per onorare tutti i suoi morti con un cero. Alla fine anche lui ha il suo cero, acceso dalla stessa Cecilia.

La camera verde attraversa la tematica della morte con un richiamo al grottesco, rifiutando non la morte stessa, ma l'oblio che essa comporta. Nella camera verde, Truffaut cerca un limite e l'oltrepassa..per il protagonista l'unica forma di vita possibile è la morte, rivissuta incessantemente ogni giorno. Ai morti deve la vita e dà la vita, convinto che sia l'unico modo possibile per affrontare la perdita.
In un passo del film, nella lettera che gli invia, Cecilia sostiene di non poter veder ricambiato il suo amore da parte di Julienne Davenne, in quanto viva. Solo nella condizione di morta potrà davvero attirare la sua attenzione.
Anche in questo racconto a luci cupe, Truffaut non rinuncia ad inserire la tematica dell'amore, che fa da luce opposta al buio della morte. Il regista decide inoltre di interpretare il protagonista, come in tutti i films che ritiene più importanti per la sua poetica.

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mercoledì, 12 marzo 2008

effetto0Immagine presa da Internet

Effetto Notte (La Nuit Américaine - 1973) è il film manifesto di François Truffaut, dove l'autoreferenzialità del cinema si manifesta in tutta la sua completezza.
Qui Truffaut fa un esercizio di stile con una leggerezza degna solo dei grandi artisti. Dirige se stesso, nel ruolo di se stesso, utilizzando come attore del film nel film lo stesso attore che ha diretto e che dirigerà per anni nella sua carriera (Jean-Pierre Léaud).
Per apprezzare appieno questo film è necessario vederlo perchè, tramite le immagini, Truffaut ci accompagna nel suo mondo, attraversando la sua poetica di amore e ricerca di senso,  affrontando tutte le problematiche, tecniche e soprattutto umane, del suo lavoro.
Ogni dettaglio è curato, dalle comparse, ai problemi di relazione interpersonale, agli amori fatui che si creano sul set per poi dissolversi a fine lavorazione. E l'ansia di riuscire di un uomo che ha su di sè e sente pesantemente la responsabilità del cinema come arte, quasi come fosse ancora permeato di quei retaggi rinascimentali dell'artista come genio, produttore di opere che hanno un compito anche etico oltre che estetico.
La Nuit Américaine, o Effetto Notte, è una tecnica cinematografica inventata appunto in America, che consiste nel utilizzare particolari filtri per girare scene notturne di giorno.
Il nome del regista nel film, Ferrand, è l'abbreviazione del cognome della madre di Truffaut Montferrand.

La visione di questo film si colloca in un approccio maturo sulla poetica di Truffaut, in quanto con questa pellicola si torna a due dei temi principali tanto cari al regista: il cinema come finzione/realtà e l'amore.
Per Truffaut il cinema, in quanto materia di sogni, è l'abbellimento della vita che è ripetitiva, monotona ed ingiusta. Nei films invece i tempi sono giusti, la vita è armonia, anche se in situazioni spiacevoli, il cerchio si chiude. Ogni frammento di questo film traduce in realtà l'amore e la devozione dell'autore per il cinema, in tutte le sue manifestazioni.
Truffaut è stato spesso accusato, all'interno dei circuiti cinematografici, di essere compiacente, di tornare a quel classicismo rigido pre Nouvelle Vogue (movimento cinematografico sviluppatosi a cavallo degli anni '60), di non essere più la penna graffiante dei cahiers du cinema (rivista-manifesto della Nouvelle Vogue). Ma in questo film, come in tutta la sua filmografia, a mio avviso, si legge al contrario la sua coerenza con quelle che sono state le sue linee guida, ovvero la ricerca incessante delle proprie origini, in questo caso tramite la trasposizione cinematografica del suo lavoro, come in altri suoi films di altre sue sfere della vita. Si possono citare in questo filone molti titoli, tra cui i Quattrocento Colpi, L'uomo che Amava le Donne, La Camera Verde, ecc..
Truffaut, nonostante la prematura morte, ci ha lasciato uno spaccato di tutta la sua vita, morte stessa compresa.

postato da: NuitAmericaine alle ore 14:44 | Permalink | commenti (12)
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